Dopo la mia intervista radiofonica su Radio 1 del 17/2 mi è venuta in mente una semplice riflessione: quanto sono scomodi gli uomini veramente liberi, coloro che non si adeguano al conformismo imperante e non conoscono il politicamente corretto.
Nel 406 Socrate è uno dei pochi che si oppone alla condanna degli strateghi, vittoriosi alle Arginuse, rei per salvare parte della flotta, di non aver raccolto le vittime di un naufragio. Più tardi si rifiuta di arrestare il democratico Leonte come gli avevano imposto i trenta tiranni. E’ salvato dal ritorno alla democrazia, ma per poco.
Il nuovo governo, infatti, pur ricercando la pacificazione sociale, vede con sospetto quel vecchio, un tempo amico e maestro di Alcibiade e di Crizia, sempre a dialogare con i giovani, ironico e sottile nel ragionamento, abile nel demolire le false certezze. Viene così la denuncia di Meleto, docile strumento del capopopolo Anito.
Poco male, i processi si possono vincere e per Socrate la strada sembra in discesa, perché Lisia, il più celebre avvocato di Atene, si offre di difenderlo. Il filosofo, però, rifiuta. Preferisce all’arte del principe del foro, un’autodifesa improntata sulla testimonianza di ciò che egli considera vero.
Viene condannato con solo 30 voti di scarto, un’inezia se si pensa che i giudici sono oltre 500.
Poco male, accusato e accusatore devono indicare una pena, sarà il tribunale ad accogliere quella più congrua alla colpa. Socrate, a quel punto, irrita i giudici, chiedendo di essere mantenuto dall’erario: viene condannato a morte.
Poco male. Potrà fuggire e andarsene in esilio, tutti lo desiderano. Socrate, però, si rifiuta, preferisce salutare tutti e bersi la cicuta.
“E’ ormai tempo di andare, o giudici, io per morire, voi per continuare a vivere, chi di noi vada verso una sorte migliore è oscuro a tutti, tranne che al Dio”.
Così morì Socrate, lasciando amici e nemici ad interrogarsi sui motivi di quella scelta estrema.