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Il ?Cavone? etrusco di Sovana

Il ?Cavone? etrusco di Sovana - Luigi Pruneti

Luigi Pruneti in “Officinae”, a. VIII, n. 1, Marzo 1986.

Pochi luoghi al mondo hanno come Sovana il privilegio di racchiudere in poco spazio tante meraviglie. La cittadina maremmana, patria di Gregorio VII, vanta, infatti, testimonianze etrusche e medievali di straordinaria importanza e bellezza, fra le quali una celebre tagliata etrusca: il “Cavone”.

Le tagliate sono strade scavate dai Raseni nel tufo tanto da creare incredibili orridi che per chilometri segnano la Tuscia meridionale. Quale fosse il loro scopo non è ancora chiaro, ma è probabile che fossero vie sacre realizzate per raggiungere luoghi di culto e di sepoltura. 

Il “Cavone” ha origine vicino alla Tomba d’Ildebranda e s’incunea nella roccia come una galleria a cielo aperto, puntando dritto verso l’Amiata. A chi lo percorre dà delle sensazioni uniche, sembra quasi di violare un tempio sconosciuto. Un silenzio greve vi regna, mentre lame di luce penetrano fra la macchia e le piante infestanti che coronano le pareti a picco. Qua e là, in alto, tracce di sepolture, di scritte indecifrabili, di simboli arcani. A intervalli regolari si aprono nicchie e tabernacoli volute dalla “pietas” medioevale per esorcizzare questo luogo, ove si pensava aleggiassero forze indicibili, al cui solo pensiero il pellegrino impallidiva temendo per l’integrità dell’intelletto e la salvezza dell’anima. 

Il “Cavone”, in effetti, è depositario di tanti segreti che millenni di storia gli hanno affidato. Così, a metà del suo percorso, in alto, accanto ad una scritta misteriosa, si distingue una croce uncinata. Segno antichissimo che ebbe origine prima dei metalli e della scrittura, simbolo solare del divenire, della trasformazione, dell’ascesi, richiamo all’Iniziazione di cui il Cavone, che conduce da un luogo di sepoltura a un aprico pianoro, sembra essere una voluta metafora.