Pochi luoghi al mondo hanno come Sovana il privilegio di racchiudere in poco spazio tante meraviglie. La cittadina maremmana, patria di Gregorio VII, vanta, infatti, testimonianze etrusche e medievali di straordinaria importanza e bellezza, fra le quali una celebre tagliata etrusca: il “Cavone”.
Le tagliate sono strade scavate dai Raseni nel tufo tanto da creare incredibili orridi che per chilometri segnano la Tuscia meridionale. Quale fosse il loro scopo non è ancora chiaro, ma è probabile che fossero vie sacre realizzate per raggiungere luoghi di culto e di sepoltura.
Il “Cavone” ha origine vicino alla Tomba d’Ildebranda e s’incunea nella roccia come una galleria a cielo aperto, puntando dritto verso l’Amiata. A chi lo percorre dà delle sensazioni uniche, sembra quasi di violare un tempio sconosciuto. Un silenzio greve vi regna, mentre lame di luce penetrano fra la macchia e le piante infestanti che coronano le pareti a picco. Qua e là, in alto, tracce di sepolture, di scritte indecifrabili, di simboli arcani. A intervalli regolari si aprono nicchie e tabernacoli volute dalla “pietas” medioevale per esorcizzare questo luogo, ove si pensava aleggiassero forze indicibili, al cui solo pensiero il pellegrino impallidiva temendo per l’integrità dell’intelletto e la salvezza dell’anima.
Il “Cavone”, in effetti, è depositario di tanti segreti che millenni di storia gli hanno affidato. Così, a metà del suo percorso, in alto, accanto ad una scritta misteriosa, si distingue una croce uncinata. Segno antichissimo che ebbe origine prima dei metalli e della scrittura, simbolo solare del divenire, della trasformazione, dell’ascesi, richiamo all’Iniziazione di cui il Cavone, che conduce da un luogo di sepoltura a un aprico pianoro, sembra essere una voluta metafora.