L’ultimo tratto della Maremma toscana è una terra che sembra essere appartenuta più agli dei che agli uomini e dove, come per incanto, il tempo pare essersi fermato.
Chi non ha fretta e si sofferma fra le “vie cave” e gli antichi borghi di tufo e di travertino, ode nel vento dell’Ovest voci che narrano d’antiche leggende e coglie segreti indicibili, accennati, con timoroso sussiego, solo fra le righe di rari scritti. L’atmosfera è tale che quando si abbandona quei luoghi per riemergere nel quotidiano sembra di aver lasciato alle proprie spalle una dimensione di sogno sospesa fra reale e irreale, vissuto e immaginato.
Così è per me e, nel rivedere l’immagine della “Mano d’Orlando” dubito che questo megalite vi sia e che l’abbia visto e toccato, interrogandomi sul suo mistero. Eppure esiste, si erge solitario a mezza strada fra Sorano e Pitigliano, dove l’olivo e il grano si contendono la ferace terra di Tuscia. E’ un masso di tufo appena sbozzato che ricorda il ciclopico pugno di un titano. Alcuni dicono che sia uno scherzo della natura, altri un ancestrale segnale, mentre la leggenda lo lega al re Carlo e al suo più valoroso paladino.
Da tempi immemorabili si trova là, all’incrocio fra due strade ed è così antico da non avere età. Quale ne fosse l’origine e lo scopo è impossibile a dirsi, ma è certo che vide snodarsi per le vie sacre le teogonie sacerdotali che s’avviavano ad impetrare la benevolenza di qualche misterioso Dio e, forse, osservò, negli abbacinanti meriggi, Theculca, Culsu, Vanth emergere dalle latebre ctonie.
E’ ancora lì e come ogni simbolo è pronto a rispondere a chi correttamente lo sappia interrogare, col millenario linguaggio che non conosce né parole, né suoni.